Tutto il materiale di questo blog è coperto da Copyrigth © 2012, Andrea Mardegan. E-mail: tralerighe.delvangelo@gmail.com
Facebook: Andrea Mardegan
Twitter: @Mardegandrea

VIDE I FRATELLI E IL LORO PADRE, commento al Vangelo della terza domenica del tempo ordinario (A)

Nella terza domenica del tempo ordinario (anno A) leggiamo l'inizio della predicazione di Gesù e la chiamata dei primi discepoli.

Mt 4,12-23

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali (...) Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.



L’arresto di Giovanni è il segno per Gesù che è giunta l’ora di cominciare a predicare. Il suo precursore sta percorrendo le ultime tappe dell’aprire la strada al Verbo di Dio: il carcere e la morte. Gesù lancia l’invito di poche parole “Convertitevi, perché il regno di Dio è vicino”(Mt 4, 17). Sono le stesse parole che diceva il Battista (Mt 3,2). Convertitevi, in ebraico: ritornate! In greco: cambiate modo di pensare! Noi potremmo intenderlo anche come: voltate lo sguardo per vedere cosa sta accadendo: il regno di Dio è vicino.

BATTESIMO DA FIGLI, meditazione audio


Meditazione del 9 gennaio 2020. Il Battesimo del Signore ci fa riflettere sulla filiazione divina che riceviamo nel nostro Battesimo. L'anniversario di nascita di san Josemarìa ci ricorda una grazia importante che ricevette sulla comprensione del mistero del nostro essere figli di Dio.


per ascoltare e scaricare la meditazione cliccare qui

CON GESU' E' CAMBIATO TUTTO, commento al Vangelo della seconda domenica del tempo ordinario (A)


Nella seconda domenica del tempo ordinario
si legge la versione del vangelo di Giovanni del Battesimo di Gesù, nella testimonianza dal Battista.

Gv 1,29-34

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».



Giovanni compie la sua missione di indicarci Il Figlio di Dio che è venuto tra noi. Lo fa dicendo quelle parole che ascoltiamo in ogni messa: Ecco l’agnello di Dio! E’ agnello come quello pasquale il cui sangue versato salvò tutti i primogeniti delle famiglie di Israele in Egitto. Allora ogni famiglia doveva avere un agnello, e spargere il suo sangue sullo stipite della casa. Adesso l’agnello è unico per tutto il popolo, per tutto il mondo. Non è l’agnello di famiglia, ma l’agnello di Dio. E’ avvenuto un cambiamento grande. Un ribaltamento totale.

GESU' CHE CHIEDE ALL'ACQUA, Commento al Vangelo del Battesimo del Signore (A)


Battesimo di Cristo, Piero della Francesca, Londra
Mt 3,13-17
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».


Nel tempo del Natale abbiamo contemplato il figlio di Dio che ha chiesto umilmente a Maria di donargli il suo corpo di donna, la sua capacità di essere madre, per poter prendere la nostra carne e nascere da lei come uno di noi. Posso, piena di grazia, venire ad abitare nella tua casa, nel tuo grembo? Lo abbiamo visto chiedere umilmente a Giuseppe il favore di poter stare accanto a Maria come sposo per essere suo padre. Vuoi prendere con te Maria tua sposa ed essermi padre davanti agli uomini? Ha chiesto a Betlemme, per favore, se ci fosse una grotta dove poter nascere, una mangiatoia per animali dove poter riposare. Alla fine Betlemme, un po’ riluttante, gliel’ha concessa. Ha chiesto ai pastori di muoversi di notte per andare a salutarlo, se volevano, lui il figlio di Dio appena nato, in nome di tutto il popolo d’Israele ignaro e incredulo, e hanno detto: andiamo! Ha chiesto a sapienti d’oriente di fare un lungo viaggio seguendo una stella, a nome di tutte le genti della terra. E sono partiti: siamo venuti ad adorarlo! Ha chiesto a Simeone di andare al tempio per riconoscerlo a nome di tutti i profeti dell’antichità, e al posto di tutti i sacerdoti del tempio che lo avrebbero ignorato. E Simeone andò in fretta. Ha chiesto all’Egitto di accoglierlo come fuggiasco e di proteggerlo dai nemici. E così fu. Adesso nel giorno del suo battesimo Gesù si mette in fila e  chiede al Giordano umilmente di lavarlo, e a Giovanni: considerami peccatore tra i peccatori anche se non capisci: bisogna che adempiamo ogni giustizia! E chiede alle acque del Giordano di ricoprirlo per prendere con sé tutti i peccati dell’umanità che lui ha fatto suoi. Fortunate prime acque del mondo in nome di tutte le acque che verranno, di tutti i battisteri del futuro. Povere mani concave. Capolavori nelle cattedrali. E tutti, attoniti e conquistati, magari dopo aver discusso e dubitato e domandato per avere chiarezza, diranno di sì a Gesù, allo Spirito Santo che chiede. “Ecco, sto alla porta e busso” (Ap 3,20). E gli dicono di sì. Maria, Giuseppe, Betlemme, i pastori, i Magi, l’Egitto, il Battista e le acque del Giordano. Anche a noi chiede Dio Padre: vorrei che tu fossi mio figlio, come Gesù, anzi dentro Gesù, l’eletto, l’amato. E noi ci confondiamo, non capiamo, obiettiamo: dovremmo essere noi a chiederti questo immenso dono immeritato e invece tu che ce lo vieni a offrire come un mendicante che offre oro, incurante delle risposte sgarbate e offensive di chi non capisce. E il Padre è contento che gli diciamo di sì, e Il Figlio è felice di entrare nella nostra vita e di farci entrare nella sua, e lo Spirito santo di riempirci con la sua gioia. Il Padre anche a noi dice, sulle rive del Giordano, nel nostro battesimo, chiamandoci per nome: ecco il figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento. E noi lo chiamiamo finalmente Padre e trasaliamo di gioia e di stupore. 

IMPARARE DAI MAGI, Commento al Vangelo dell'Epifania

Murillo, Adorazione dei Magi, Toledo (1655)
Il racconto del viaggio e dell' adorazione dei Magi è nel Vangelo di Matteo 2,1-12. Ne riporto un piccolo brano (2,9-11) e un mio commento. 

"Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. "


Disse Dio ad Abramo quando lo chiamò: “In te saranno benedette tutte le famiglie della terra”(Gen,12,3). Matteo, con l’episodio dell’Epifania, evidenzia che già da bambino Gesù diffonde questa benedizione verso tutte le genti. Non è venuto solo per il suo popolo Israele, questo figlio di Dio che è entrato nella nostra storia, ha abitato un tratto della nostra terra, è diventato uomo come noi nel grembo di una donna. Il messia e la salvezza che viene a portare è per tutte le genti. 
Gesù é chiamato fin dal primo momento della sua esistenza terrena ad incontrare la gente e le genti. Prima Elisabetta, Zaccaria, Giovanni non ancora nato. Poi i pastori di Betlemme. Nel tempio i più pronti: Simeone e Anna. Adesso i Magi venuti dall’oriente. Sapienti di chissà quale credo religioso. Chi li ha guidati fin qui? Lo Spirito Santo che guida tutti verso Gesù. I Magi lo hanno conosciuto guardando le stelle, studiando la loro scienza. Lì hanno trovato la voce di Dio che li incita a mettersi in viaggio. Li ha chiamati come chiamò Abramo a uscire dalla sua terra. Anche loro verso la terra promessa: cercatori di Dio, viaggiatori coraggiosi. Pieni di speranza. Lasciano comodità e certezze e si lanciano nell’avventura di trovare il re dei giudei, inviato da Dio. In quella stella speciale che si muove trovano i segni di Dio che parla in tanti modi a chi lo sa ascoltare. Se la stella scompare, hanno bisogno di interpreti. E’ nato un re e quindi, ingenui, vanno dal re di Gerusalemme. I capi dei sacerdoti e gli scribi, consultati da Erode, mostrano di avere la scienza di Dio e delle sue Scritture, e sanno con precisione dove può essere nato il re dei giudei. Ma non si muovono, non vanno ad adorare: la loro scienza non scalda il loro cuore, che rimane freddo e sepolto sotto la superbia del sapere, la piaggeria di fare solo ciò che piace al loro re e non cambia la loro vita e i privilegi acquisiti. Sono i sacerdoti del tempio, cosa potrà mai aggiungere alla loro scienza un bambino nato a Betlemme? Mettono neutramente la loro scienza al servizio della morte: potevano intuire come Erode avrebbe usato la loro informazione.  Noi che leggiamo, se impariamo dai Magi andremo diritti a cercare il Figlio di Dio che è nato, freschi nell’ascolto delle cose nuove che Dio fa, aperti alla fantasia dello Spirito Santo. Se facciamo esperienza in negativo dai sacerdoti e dagli scribi, non ci accontenteremo di ciò che sappiamo, del ruolo acquisito, di ciò che si è sempre fatto, di ciò che tutta Gerusalemme considera cosa buona perché acquisita dalle abitudini. ll turbamento della notizia nuova ci muoverà a cercare nella normalità della nascita di un bambino e di una famiglia che lo circonda, la presenza di Dio. A donargli l’oro che abbiamo con noi. A seguire la voce di Dio che ci guida con le stelle, e la voce degli angeli che ci parlano in sogno
.

IL VERBO E' CARNE, LUCE, VITA. Seconda domenica dopo Natale

A. Trevisan,"Giuseppe e Maria" pag. 83
Nella seconda domenica dopo il Natale, si legge nella Messa il Prologo del Vangelo di Giovanni.

        Gv 1,1-18
        In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.


Chi è quel bambino di cui gli angeli hanno parlato nel cielo di Betlemme, e che i pastori hanno visto reclinato nella mangiatoia della grotta, che Giuseppe e Maria hanno chiamato Gesù come aveva detto l’angelo? Il quarto Vangelo inizia con un inno, un canto, una poesia, una dichiarazione di fede e di amore che non ha dubbi: quel bambino, quell’uomo crocifisso e risorto e asceso al cielo, è la Parola di Dio che si è fatta carne. Quel bambino è la Sapienza di Dio che ha finalmente fissato la sua tenda tra noi come aveva promesso: “colui che mi ha creato mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele” (Sir, 24,8). Proprio quel bambino che piange e sorride, che la madre allatta e fascia, che dorme e si sveglia, è il Verbo di Dio che era presso Dio fin da quando “in principio Dio creò il cielo e la terra”. Dio creatore ha fatto per mezzo di lui tutte le cose che esistono. Bambino Dio, uomo Dio che abbiamo visto crescere e abbiamo contemplato da adulto: pieno di grazia e di verità. Lo abbiamo seguito. Adesso che è tolto dal nostro sguardo, lo possiamo ritrovare in tutte le cose, perché tutte recano la sua impronta, la sua firma, il suo volto. Lo riconosciamo in ogni realtà del creato. La sua traccia è in ogni uomo. Davvero ogni uomo sta nel prologo di Giovanni: il Verbo fatto carne è la vita, e la vita è la luce “che illumina ogni uomo”, “perché tutti credano attraverso di lui”. Nel Prologo ci sono anche le tenebre, gli ostacoli che in tutto il vangelo si ergono per distruggere la potenza della luce e della vita. Ma non vincono. Il messaggio del Prologo è realistico ma é del tutto positivo per quel che riguarda Dio nel suo agire verso di noi: nel Verbo che si fa carne, c’è “la luce”, c’é “la vita”, c’è “grazia su grazia” che attraverso di lui riceviamo. La possibile negatività è solo nelle tenebre, che avversano il Verbo, e in chi non lo accoglie, ma se lo accogliamo ci dà il potere di diventare figli insieme con lui. Attraverso di lui conosciamo Dio: nessuno lo ha mai visto ma lui che sta nel seno del Padre ce lo ha rivela. Mostrami Signore il tuo volto! La domanda dei giusti dell’antico testamento finalmente ha risposta, e non è più necessario morire. “Filippo, chi ha visto me ha visto il Padre”. Il discepolo amato che nell’ultima cena si appoggia sul petto di Gesù, fa ciò che il Figlio fa con il Padre. E anche lui, come apostolo, come evangelista, poi ci rivela il Figlio. Ogni cristiano è chiamato a essere come il discepolo amato: ad appoggiarsi sul petto di Gesù, conoscere il suo cuore, fare esperienza della sua carne, cibarsi del suo corpo e del suo sangue, e poi rivelarlo al mondo come Parola di Dio che si è fatta carne come noi, per rendere noi figli di Dio come lui.

IL GREMBO DELLA MADRE, Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, A

A.Trevisan "Giuseppe e Maria..." p. 95

Auguri per il nuovo anno che comincia sempre sotto la protezione della Madre di Dio, il 1 gennaio. Il Vangelo di Luca narra dell'incontro con i pastori e della circoncisione nella quale gli fu dato il nome di Gesù. Un mio breve commento. 

Luca 2, 16-21

 In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

L’unico accenno a Maria di tutti gli scritti di Paolo è nella lettera ai Galati: “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna”. Dio ha mandato il suo Figlio a diventare uno di noi e ha voluto che nascesse da donna, che vivesse l’esperienza inventata da Lui, che tutti noi facciamo, di abitare nove mesi nel grembo di nostra madre. Lì ciascuno di noi ha la prima esperienza della vita, conosciamo il battito del cuore della madre che diventa il ritmo dolce, la colonna sonora che scandisce tutta l’esistenza. In quel luogo sperimentiamo il primo calore del corpo umano che ci avvolge, la prima esperienza della tenerezza, comprendiamo la forza di essere nutriti dal corpo e dal sangue della madre. Sperimentiamo i sussulti dei suoi spaventi e la dolcezza delle sue gioie. La felicità dell’affetto che riceve dal marito diventa nostra felicità e ci fa esultare nel grembo. Luca dice che dopo otto giorni “gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.” Concepito nel grembo. Il linguaggio della Bibbia dice così: non nel pensiero, non nelle discussioni accademiche. Piace alla parola di Dio, con il linguaggio semitico, mettere in risalto il grembo della madre. Noi diremmo: concepì, fu concepito. La Bibbia aggiunge: nel grembo. E’ la nostra prima casa e fu quella di Gesù. La terra dove mettiamo le radici più profonde. Quel grembo che la Bibbia eleva a simbolo della misericordia di Dio: grembo di misericordia ha il nostro Dio. Gesù che ci porta la misericordia del Padre, ha sperimentato nel grembo la misericordia della madre. Dopo otto giorni lo chiamarono Gesù, ma aveva questo nome già prima di cominciare a vivere nel grembo della madre. Durante quei nove mesi la madre e Giuseppe lo avranno chiamato così molte volte: Gesù, Gesù mio, Gesù figlio nostro! Chiamarlo così era pregare con il senso di quelle parole: Oh Dio, salva il tuo popolo! E anche affermare con fede: Dio salva! Maria dicendo dolcemente Jeshu’a! mentre accarezzava il grembo e Gesù li custodito, chiedeva e sperava.Quando i pastori vanno da lei, il bimbo è adagiato nella mangiatoia: il secondo grembo, la seconda casa della sua vita. E così il grembo di Maria è libero di accoglierli nella sua maternità. Con Giuseppe apre la porta della sua grotta senza timore, lascia che guardino il frutto del suo grembo. Poi ascolta, con Giuseppe, il loro racconto. Lo stupore è la chiave per aprire la porta del cuore. Li fa entrare attraverso i suoi occhi, nel suo cuore. Custodisce le loro parole, i fatti che raccontano, i loro volti, i loro problemi, la loro povertà, nel suo grembo già pronto ad accogliere altri figli che siano fratelli del suo primogenito. Anche noi entriamo, guardiamo, raccontiamo, entriamo nel suo cuore dove poi siamo custoditi e meditati. Non ci perdiamo più.

SOBRE LOS EVANGELIOS DE ENERO 2020, "Evangelio y vida" en Palabra, diciembre de 2019

Aquí los comentarios a los evangelios de los domingos y solemnidades del mes de enero 2020, que he escrito para la revista Palabra en el numero de diciembre de 2019. Feliz año nuevo!

EVANGELIO Y VIDA 
1 de enero 
SOLEMNIDAD DE SANTA MARÍA MADRE DE DIOS 
La única referencia a María en los escritos de Pablo está en la Carta a los Gálatas: “cuando llegó la plenitud del tiempo, envió Dios a su Hijo, nacido de mujer”.Dios ha enviado a su Hijo para que se haga uno como nosotros, y ha querido que naciera de una mujer, que viviera la experiencia que todos hacemos: habitar durante nueve meses en el seno de nuestra madre. Ahí, cada uno de nosotros, tiene la primera experiencia de la vida, conocemos el latir del corazón de la madre, que se con- vierte en la banda sonora que acompañará toda la existencia. En ese lugar, sentimos el primer calor del cuerpo humano que nos rodea, tenemos la primera experiencia de la ternura, entendemos la fuerza de ser alimentados por la madre. Experimentamos los sobresaltos de sus temores y la dulzura de su alegría. La felicidad del afecto que recibe del esposo se convierte en nuestra felicidad y nos hace saltar en el seno. Lucas dice que después de ocho días “le pusieron por nombre Jesús, como lo había llamado el ángel antes de su concepción en el seno”.Concebido en el seno. El lenguaje de la Biblia lo dice así: no en el pensamiento, no en las discusiones académicas. A la palabra de Dios, en el lenguaje semítico, le gusta subrayar las entrañas de la madre. Nosotros diríamos: concibió, fue concebido. La Biblia añade: en el seno. Es nuestra primera casa y fue la primera casa de Jesús. Aquel seno que la Biblia eleva al símbolo de la misericordia de Dios: entrañas de misericordia tiene nuestro Dios. Jesús, que nos lleva a la misericordia del Padre, ha experimentado en el seno, la misericordia de la madre. Después de ocho días, le pusieron por nombre Jesús, pero El tenía ya ese nombre antes de comenzar a vivir en el seno de la madre. Durante esos nueve meses, la madre y José lo llamarían así muchas veces:¡Jesús!,¡Jesús mío!, ¡Jesús,hijo nuestro! Llamarlo así era rezar con el sentido de esas palabras: “Oh, Dios, ¡salva a tu pueblo!”. Y también era afirmar con fe: ¡Dios salva! María, diciendo dulcemente Jeshu’a, mientras acariciaba su seno. Cuando los pastores vinieron a verla, el niño estaba recostado en el pesebre, el segundo vientre, la segunda casa de su vida. Y así el seno de la María estaba libre para acogerlos en su maternidad. Con José, abre la entrada de la gruta sin temor, deja que contemplen el fruto de sus entrañas. Después, con José, escucha su historia. El estupor abre la puerta del corazón. Con su mirada les invita a entrar en su corazón. Custodia sus palabras, los hechos que le narran, sus rostros, sus problemas, su pobreza. Su seno está abierto a acoger a otros hijos que sean hermanos de su primogénito. También nosotros entramos, miramos, narramos, nos introducimos en su corazón,donde nos sentiremos custodiados y pensados. Ya no nos perderemos más.

5 de enero 
II DOMINGO DESPUÉS DE NAVIDAD 
¿Quién es ese niño del que los ángeles hablaron en Belén, los pastores han visto reclinado en el pesebre de la gruta y que José y María llaman Jesús como había dicho el ángel? El cuarto Evangelio inicia con un himno, un canto, una poesía, una declaración de fe y de amor en la que no hay dudas: aquel niño, aquel hombre crucificado y resucitado y que subió al cielo, es la Palabra de Dios que se ha hecho carne. Aquel niño es la Sabiduría de Dios que finalmente ha fijado su tienda entre nosotros, como había prometido. El que me ha creado me dio una orden: “Pon tu tienda en Jacob, y fija tu heredad en Israel” (Eclesiástico, 24, 8). Ese niño que llora y sonríe, que la madre amamanta y envuelve en pañales, que duerme y se despierta, es el Verbo de Dios que estaba junto a Dios desde que “en el principio, creó Dios el cielo y la tierra”. Dios creador ha hecho por medio de él todas las cosas que existen. Niño Dios, hombre Dios que hemos visto crecer y hemos contemplado de adulto: lleno de gracia y de verdad. Le hemos seguido. Ahora que ha desaparecido de nuestra mirada, lo po- demos encontrar en todas las cosas, porque todas poseen su huella, su firma, su rostro. Lo reconocemos en toda realidad de lo creado. Su huella está en todo hombre. Realmente cada persona está en el prólogo de Juan: el Verbo hecho carne es la vida, y la vida es la luz “que alumbra a todo hombre”, “para que todos creyeran por medio de él”. En el Prólogo también aparecen las tinieblas, los obstáculos que en todo el evangelio se yerguen para destruir la potencia de la luz y de la vida. Pero no vencen. El mensaje del Prólogo es realista, y a la vez totalmente positivo acerca de la acción de Dios para con nosotros: en el Verbo que se hace carne, está “la luz”, está “la vida”, está la “gracia sobre gracia” que recibimos a través de él. La posible negatividad está sólo en las tinieblas que rechazan al Verbo, y en quien no lo acoge. Pero si lo acogemos, nos da el poder de ser hijos con Él. Por su vida conocemos a Dios: nadie lo ha visto jamás, pero él, que está en el seno del Padre, nos lo revela. “¡Muéstrame, Señor, tu rostro!”. La petición de los justos del antiguo testamento tiene finalmente una respuesta, para la que no es necesario morir. “Felipe, quien me ha visto a mi ha visto al Padre”. El discípulo amado que en la última Cena se apoya sobre el pecho de Jesús, hace lo que el Hijo hace con el Padre. Y también él, como apóstol, como evangelista, nos revela al Hijo. Todo cristiano está invitado a ser como el discípulo amado: a apoyarse sobre el pecho de Jesús, a conocer su corazón, a hacer la experiencia de su carne, a alimentarse con su cuerpo y con su sangre, para después revelarlo al mundo como Palabra de Dios que se ha hecho carne como nosotros, para hacernos a nosotros hijos de Dios como Él. 

6 de enero 
SOLEMNIDAD DE LA EPIFANÍA 
Dijo Dios a Abraham cuando lo llamó: “En ti serán bendecidos todos los pueblos de la tierra” (Gen 12, 3). Mateo, en la Epifanía, pone en evidencia que ya desde niño, Jesús difunde esta bendición sobre las gentes. Este hijo de Dios que ha entrado en nuestra historia, ha habitado en un lugar de nuestra tierra, se ha hecho hombre como nosotros. El mesías y la salvación que trae es para todos. Jesús ha sido enviado desde el primer momento de su existencia terrena a encontrarse con su gente y con las gentes de todos los pueblos. Primero con Isabel, Zacarías y Juan, todavía no nacido. Más tarde, en el templo, con los más preparados: Simeón y Ana. Ahora, con los Magos venidos de oriente. Sabios de quién sabe qué credo religioso. ¿Quién les ha guiado hasta aquí? El Espíritu Santo es quien guía a todos hacia Jesús. Los Magos le conocieron mirando las estrellas, estudiando su ciencia. Ahí encontraron la voz de Dios que los incita a ponerse en camino. Los ha llamado como llamó a Abraham para que saliera de su tierra. También a ellos, hacia la tierra prometida: buscadores de Dios, viajeros valerosos. Llenos de esperanza. Dejan comodidades y certezas y se lanzan a la aventura de encontrar al rey de los judíos, enviado por Dios. En esa estrella particular, que los precede, encuentran los signos de Dios que habla de tantos modos a quien le sabe escuchar. Si la estrella desaparece, tienen necesidad de intérpretes. Ha nacido un rey, y ellos, ingenuos, van al rey de Jerusalén. Los jefes de los sacerdotes y los escribas, consultados por Herodes, muestran que poseen la ciencia de Dios y de sus Escrituras, y saben con precisión dónde puede haber nacido el rey de los judíos. Pero no se mueven, no van a adorar: su ciencia no enciende su corazón, que se mantiene frío y sepultado bajo el saber, del afán adulador de hacer sólo lo que agrada a su rey, y que no cambia su vida. Son los sacerdotes del templo, ¿qué podrá añadir a su ciencia un niño? Ponen su ciencia, neutralmente, al servicio de la muerte: podían haber intuido cómo usaría Herodes su información... Nosotros, que leemos, si aprendemos de los Magos, iremos en directo a buscar al Hijo de Dios que ha nacido, con el corazón fresco y a la escucha de las cosas nuevas que Dios hace, abiertos a la fantasía del Espíritu Santo. Si, para evitarla, hacemos caso de la conducta de los sacerdotes y de los escribas, no nos conformaremos con lo que sabemos, con el puesto conseguido, con lo que siempre se ha hecho, con lo que toda Jerusalén considera lo bueno, porque ha sido adquirido por la costumbre. El sobresalto de la nueva noticia nos moverá a buscar en la normalidad del nacimiento de un niño y de la familia que lo circunda, la presencia de Dios. A donarle el oro que tenemos. A seguir la voz de Dios, que nos guía con las estrellas, y la voz de los ángeles que nos hablan en sueños. 

12 de enero 
SOLEMNIDAD DEL BAUTISMO DEL SEÑOR 
En el tiempo de Navidad hemos contemplado al hijo de Dios, que ha pedido humildemente a María donarle su cuerpo de mujer, su capacidad de ser madre, para poder asumir nuestra carne y nacer de ella como uno de nosotros. ¿Puedo, llena de gracia, venir a habitar en tu casa, en tu seno? Lo hemos visto pedir humildemente a José hacerle el favor de estar junto a María como esposo, para ser su padre. ¿Puedes tomar a María como esposa para ser mi padre delante de los hombres? Ha pedido humildemente en Belén, por favor, si hubiera una gruta donde poder nacer, con un pesebre de animales, don- de poder reposar. Al final, Belén, un poco entre dudas, se la ha concedido. Ha pedido a los pastores que se movieran de noche para ir a saludarlo, si es que querían, a Él, el hijo de Dios recién nacido, en el nombre de todo el pueblo de Israel, ignorante e incrédulo, y han dicho: ¡vamos! Ha pedido a los sabios de oriente que hicieran un largo viaje siguiendo una estrella, en nombre de todas las gentes. Y partieron: ¡hemos venido a adorarlo! Ha pedido a Simeón que fuera al templo que lo habría ignorado. Y Simeón fue deprisa. Ha pedido a Egipto que lo acoja como fugitivo y que lo proteja de los enemigos. Y así fue. Ahora, el día de su bautismo, Jesús se pone en la cola y pide humildemente al Jordán que lo lave, y a Juan que le considere pecador entre los pecadores, aunque no lo entienda. ¡Conviene que así cumplamos toda justicia!”. Y pide a las aguas del Jordán que lo cubran para tomar sobre sí todos los pecados de la humanidad, que ha hecho suyos. ¡Afortunadas aguas del mundo, en el nombre de las aguas que vendrán, en todos los baptisterios del futuro! Después de haber discutido y dudado, y preguntado para tener mayor claridad, dirán todos los que escuchan a Jesús, que sí. Dirán que no hay problema, al Espíritu Santo que pide. “Mira, estoy a la puerta y llamo” (Ap 3, 20). Y le dicen que sí María, José, Belén, los pastores, los Magos, Egipto, el Bautista y las aguas del Jordán. También a nosotros nos pide Dios Padre: querría que tú fueras mi hijo, como Jesús, es más, dentro de Jesús, el elegido, el amado. Y nosotros nos confundimos, no entendemos, objetamos: tendríamos que ser nosotros los que te pidiéramos este inmenso don inmerecido y, en cambio, eres tú el que vienes a ofrecerlo como un pordiosero que ofrece oro, sin tener en cuenta las respuestas desagradables y ofensivas de quien no entiende. Y el Padre está contento de que le digamos que sí, y el Hijo está feliz de entrar en nuestra vida y hacernos entrar en la suya, y el Espíritu, de llenarnos de su gloria. El Padre también nos dice, en las orillas del Jordán, en nuestro bautismo, llamándonos por nuestro nombre: este es mi hijo, el amado, en quien he puesto mi complacencia. Y nosotros, finalmente, lo llamamos Padre, y exultamos de alegría y de estupor.  

19 de enero 
II DOMINGO DEL TIEMPO ORDINARIO 
Juan cumple su misión de indicar que Hijo de Dios que ha venido. Lo hace diciendo esas palabras que escuchamos en cada misa: “¡He aquí el cordero de Dios!”. Es cordero como el cordero pascual cuya sangre derramada salvó a todos los primogénitos de Israel en Egipto. Entonces, toda familia debía tener un cordero, y esparcir su sangre en los dinteles de la casa. Ahora, el cordero es único para todos. No es el cordero de la familia, sino el “Cordero de Dios”. Y sobrevino un cambio enorme. Un vuelco total. Cuando Israel temía por su suerte en manos de los Filisteos, imploraba a Samuel para que intercediera por ellos delante de Dios. Y Samuel tomó un cordero y lo ofreció en holocausto a Dios. Y el Señor lo escuchó (cf. 1 Sam 7, 8-9). Samuel hacía lo que todas las religiones hacían: ofrecer a Dios animales y frutos de la tierra como víctimas propiciatorias por los pecados. Ahora, con Jesús, ha cambiado todo. El cordero no es ya del pueblo, del sacerdote, del que ofrece. Es de Dios. Es más, es Dios mismo. Nunca se había escuchado una cosa semejante. Es algo infinitamente nuevo. En arameo, la palabra cordero es la misma con la que se dice “siervo”. He aquí el Cordero de Dios: he aquí el siervo de Dios. Por tanto, los cantos del siervo del Señor, de Isaías, se aplican todos a Jesús. En él, salen de la oscuridad y encuentran toda su luz: “Y ahora dice el Señor, el que me formó desde el vientre como siervo suyo, para que le reuniera a Israel [...]. Y ha dicho: ‘Es poco que seas mi siervo para restablecer las tribus de Jacob y traer de vuelta a los supervivientes de Israel. Te hago luz de las naciones, para que mi salvación alcance los confines de la tierra’”. Un único cordero para salvar a toda la familia humana. “Que quita el pecado del mundo”, dice Juan: en presente y singular. Ahora quita esos pecados, no los pecados singulares por los que es necesario multiplicar al infinito los sacrificios, no: quita el pecado que los reúne a todos. Lo hace para siempre, es su tarea. ¿Cómo hace para quitar el pecado? Como cordero inmolado. Como oveja muda. Quita el pecado con su sacrificio, pero no es un sacrificio como aquel de los corderos que morían, eran quemados y eso era todo. Jesús da su vida. Y su cuerpo y su sangre son donados para que tengamos la vida en abundancia. Es más, nos advierte: “Si no coméis la carne del Hijo del Hombre y no bebéis su sangre, no tendréis vida en vosotros. El que come mi carne y bebe mi sangre tiene vida eterna, y yo le resucitaré en el último día” (Jn 6, 53-54). Ve la humanidad perdida y abandonada, como ovejas sin pastor, y la va a buscar. Ve a todos los hombres como amigos dispersos, y da la vida por sus amigos. Víctima de amor. Al oír hablar así a Juan, dos de sus discípulos siguen a Jesús y le preguntan dónde vive. También nosotros queremos verlo: sólo tú tienes palabras de vida eterna. 

26 de enero 
III DOMINGO DEL TIEMPO ORDINARIO. DOMINGO DE LA PALABRA DE DIOS 
Para Jesús, el arresto de Juan es signo de que ha llegado la hora de predicar. Su precursor está recorriendo las últimas etapas que abren el camino al Verbo de Dios: la cárcel y la muerte. Jesús lanza la invitación en pocas palabras: “Convertíos, porque está cerca el reino de los cielos” (Mt 4, 17). Las mis- mas palabras que decía el Bautista (Mt 3, 2). Convertíos, en hebreo: “¡volved!”. En griego: “¡cambiad el modo de pensar!”. Podríamos entenderlo también como: girad la mirada para ver lo que sucede: el reino de Dios está cerca. Usar las mismas palabras de Juan es un elogio de Jesús hacia él. Hace ver que sus palabras son válidas también ahora que está en prisión. Están vivas porque son palabra de Dios. Por tanto, permanecen siempre. Estaban inspiradas por Dios, y ahora el Hijo del Dios las repite con una fuerza mayor. La gran luz que aparece en la tierra de Zabulón y de Naftalí es la voz de Jesús, y también su mirada. Mateo dice que Jesús “vio” a Pedro y a Andrés, después “vio” a Santiago y a Juan con su padre. Una mirada que unida a su palabra llama a seguirle de cerca. Llamando a Pedro, Andrés, Santiago y Juan, que eran discípulos del Bautista, también está confirmando la misión del precursor. La mirada de Jesús incluye al padre, Zebedeo. Le llama a dejar que sus hijos vayan con él, a sufrir su ausencia en las tareas de la pesca. Zebedeo, fuerte como el trueno, impetuoso como sus hijos, los deja partir dócilmente. Más tarde, también él estará cerca del maestro y lo servirá con sus bienes, junto a su mujer Salomé. Juntos encontrarán la promesa del ciento por uno para los que dejan que los hijos sigan a Jesús. Serán testigos de pescas milagrosas, de tempestades calmadas en el lago. Del discurso del pan de vida. De milagros de curaciones. Com- prenderán que aquel pasar de Jesús, un día, por la orilla de su lago, no negaba el valor de su trabajo de pescadores, sino que lo proyectaba a horizontes más amplios: os haré pescadores de hombres. Sus hijos y los amigos de sus hijos, discípulos de Jesús, escucharán y relanzarán a través de la Escritura y de la Tradición de la Iglesia, hasta nuestros días, aquel anuncio de conversión y seguimiento de Cristo. Hoy, en el “domingo de la Palabra de Dios”, celebramos la luz grande que apareció en Galilea, profetizada por Isaías: la palabra de Jesús que invita a la conversión y a seguirle. Y también es la luz de la escucha de quien se convierte y es curado, y de quien le oye y le sigue de cerca. Jesús continúa hoy recorriendo la Galilea, que es todo el mundo, para anunciar el Evangelio del Reino. Le pedimos que nos hable con la Escritura, que sea él quien predique en nuestras misas, como hacía entonces en las sinagogas, que la fuerza de su palabra provoque la conversión y el seguimiento, que cure “toda enfermedad y toda dolencia en el pueblo”. 
Andrea Mardegan